Claudio Baglioni, il dirottatore artistico di Sanremo

Nella vita incontriamo tante persone e ognuna di esse ci lascia qualcosa. Ho conosciuto Luca Bertoloni anni fa, al grest dell’oratorio Mirabello. In un pomeriggio, sotto al tendone del tennis, si è aperto raccontandomi di lui e della sua vita. Mi sorprese perché nonostante lo avessi conosciuto da pochi giorni, si era aperto tanto. Mi colpì la sua passione per la musica e il suo rigore e la sua capacità, derivante anche dai suoi studi, nel raccontarla. Per il Signorpietroblog Luca Bertoloni aveva già scritto un pezzo sul postmoderno e Gabbani, ora l’ho voluto intervistare sulla partecipazione di Claudio Baglioni al Festival di Sanremo.



Claudio Baglioni, tu che ne sei quasi un cultore, come lo presenteresti a un adolescente di 15 anni?
Dunque, presenterei Baglioni come uno dei cantautori più importanti della storia della canzone italiana. Importante perché negli anni Settanta è stato uno dei primi ad introdurre un linguaggio vicino a quello che parlavano i ragazzi e i giovani dell’epoca: famosissime alcune sue canzoni d’amore come Questo piccolo grande amore, una delle primissime canzoni che parlavano d’amore esattamente come ne parlavano i ragazzi all’epoca, per questo ebbe così tanto successo. Poi perché è stato uno degli innovatori della canzone, cambiando completamente il suo stile e parlando anche di altre tematiche come il dolore o la ricerca del senso della vita. Ma soprattutto, Baglioni ha sempre parlato della nostra vita di tutti i giorni: se ascoltaste una sua canzone, ritrovereste sicuramente qualcosa di voi!

Perché Baglioni al festival e non un presentatore qualunque?
Il Festival è stato diretto da soggetti di ogni tipo: direttori professionisti, presentatori che hanno fatto i direttori, staffieri della Rai, cantanti… La scelta di Baglioni già un anno fa l’avevo trovata una scelta legata a due ragioni: primo, per cercare audience e successo di pubblico (soprattutto perché Baglioni, con alti e bassi, è sempre stato molto gradito dal pubblico italiano); secondo, per ragioni artistiche, perché professionista molto preparato, meticoloso e parecchio attento nell’organizzazione di ogni tipo di evento musicale che gli viene affidato. Secondo me il bis di quest’anno è dato dal successo a mio parere completamente inaspettato (almeno i numeri così alti) del Festival dello scorso anno, che non ha regalato canzoni epiche alla memoria collettiva, ma che ha avuto successo strepitoso di pubblico, di audience ma anche di critica, e che ha gettato semi di cambiamento di una macchina come il Festival che è sempre uguale a sé stessa, ma che ha bisogno al contempo di rinnovarsi per continuare a vivere. D’altronde in una sua canzone Baglioni ha proprio detto che «le cose cambiano per vivere / vivono per cambiare / e il mare si alza e abbassa / e mai una goccia si va a perdere» (Tamburi lontani).

Baglioni stesso in conferenza stampa ha dichiarato che “il Festival di Sanremo non è una trasmissione televisiva ma un evento trasmesso in televisione” ed è qualcosa di “eccezionale”. Perché Sanremo ancora oggi è eccezionale? Tu stesso hai detto che non ti aspettavi un successo così alto nella scorsa edizione del Festival. A distanza di un anno quel successo a cosa è dovuto?
Certo, Sanremo non è una trasmissione, per cui non va pensata come tale. È un evento nazionale: basta andare alla città di Sanremo e girare per le vie per accorgersi che c’è lo stesso clima di festa che c’è quando arriva una tappa del Giro d’Italia in una città, lo stesso clima del Carnevale a Venezia o del Palio a Siena, e potrei andare avanti citando i tanti eventi e le tante feste che viviamo in paesi o quartieri. Sanremo è eccezionale perché riesce ad unire l’Italia in nome della musica: chi la apprezza, chi la odia, chi la ama e chi la critica, ma la musica italiana riesce ancora oggi ad unire la nazione, anche quando la divide. Tutti ci sentiamo parte del mondo musicale, tutti sentiamo di dover dire la nostra: ecco perché Sanremo resta centrale ed eccezionale ancora oggi. Il successo dello scorso anno secondo me è dovuto al fatto che Baglioni ha saputo intercettare con intelligenza i diversi bisogni del pubblico, soprattutto a livello spettacolare (anzi, più spettacolare che musicale): lo scorso Sanremo è stato uno spettacolo più che un reality show, uno spettacolo più che un concerto di artisti che presentano i loro brani. La televisione di oggi spettacolarizza tutto, ma fa poco spettacolo “vero”: lo spettacolo dello scorso Sanremo è stato notevole. La scelta di Bisio e Raffaele per quest’anno va anch’essa verso questa direzione, quella spettacolare: in fondo, Baglioni negli ultimi quindici anni si è sperimentato molto più come uomo di palcoscenico e di spettacolo piuttosto che strettamente come autore o interprete.

Per Baglioni in questo festival la musica è al centro, è “una stella polare”. E la canzone è “un’espressione tascabile, un’arte povera che crea memoria e riesce dove altri non riescono”. Nella televisione di oggi abbiamo visto la scomparsa di tanti programmi musicali, uno su tutti Festivalbar o Top of the Pops (su Rai 2 al sabato pomeriggio) solo per citarne qualcuno. Che posto occupa la musica oggi nella televisione italiana?
La musica oggi è una presenza proteiforme a qualunque livello: ce la portiamo dietro con gli smartphone, YouTube e Spotify, la ascoltiamo in macchina e ai pc, ce l’abbiamo ormai anche nelle storie di Instagram; la sentiamo ai centri commerciali, nelle vie e nelle piazze, e anche in televisione. Una volta c’era un legame maggiore tra musica e tv, iniziato negli anni del boom economico. Oggi invece c’è un’esplosione totale della musica, che è davvero diventata il tappeto sonoro della nostra vita quotidiana. Credo che la musica oggi in Tv possa avere due possibili fruizioni: quella spettacolare e quella artistica. Sanremo resiste per il suo essere “evento” e per il suo essere “spettacolo”. Poi c’è il discorso dell’artisticità della musica, sulla quale Baglioni sta puntando, ma che non è un discorso affatto facile da iniziare soprattutto intorno alla musica leggera, che tanti non considerano ancora “arte vera” al pari di altre. Oggi credo che la musica in televisione può sopravvivere in queste due accezioni. Infine c’è tutto il discorso del riuscire ad intercettare la collaborazione del pubblico e la loro fidelizzazione: i talent riescono in questo, perché offrono beniamini a cui la gente (soprattutto i giovani) si affezionano, ma credo che in questo discorso la musica sia purtroppo messa in secondo piano.

Baglioni si è definito un “dirottatore artistico”, che vuol dire?
Baglioni ama giocare con le parole, ma dietro le parole nasconde sempre significati e idee. Credo voglia trasformare la parola “dirottatore”, che ha accezione normalmente negativa (si dirotta con la forza un aereo, una nave, ecc…), in un qualcosa di positivo: Sanremo ha bisogno di essere dirottato proprio per poter sopravvivere, come dicevo prima. In più, credo che Baglioni (così come i cantanti o in generale gli artisti) sentano la responsabilità di “guidare” il popolo e il pubblico che li ascolta: ecco perché “dirottare”, ossia portare Sanremo e la gente verso nuovi territori ancora inesplorati. Per questo Sanremo si apre al rap e alla trap. Anche il pubblico più conservatore ha bisogno di essere dirottato verso nuovi lidi: anche nella trap e nel rap c’è musica buona e altra meno buona, come di ogni genere. Serve meno pregiudizio e più ascolto: la musica al centro vuol dire proprio questo.

Veniamo alla gara vera e propria. “Ventitré proposte musicali che fotografano il nostro paese”, tra questi dei grandi nomi come Loredana Berté, Nino d’Angelo, Patty Pravo e Paola Turci: cosa ti aspetti da loro e perché Baglioni li ha scelti?
Credo che la scelta sia stata proprio quella di armonia e di equilibrio, ossia di cercare di comprendere tutti i generi possibili per fotografare la musica italiana di oggi. Personalmente, la mia curiosità è soprattutto attirata da personaggi come Ghemon o Achille Lauro, e sono curioso di vedere come i loro brani (dipende ovviamente da che brani saranno) verranno intercettati dal pubblico e dalle giurie. I nomi che hai citato rappresentano gran parte della tradizione, ma una tradizione varia, e soprattutto mista ad innovazione: è ancora fresco nei nostri orecchi il successo dello scorso anno della Bertè con i Boombdabash (che tra l’altro sono anche loro tra i concorrenti); inoltre Nino D’Angelo si presenta in coppia con il rapper attore Livio Cori, e Patty Pravo con Briga, uscito da Amici: tutte coppie azzardate che mescolano tradizione e innovazione (un po’ come Baudo e Rovazzi) con l’obiettivo di creare l’armonia. Poi ci sono cantautori più tradizionali, come Cristicchi e Silvestri, idoli giovanili come Irama, Ultimo o Shade, e tradizionali habitué sanremesi come Nek, Renga e Arisa… Sanremo molto equilibrato credo, bisognerà vedere come intercetterà tutto il pubblico.

A proposito di Baudo e Rovazzi, che pensi della loro accoppiata per Sanremo giovani?
Bella accoppiata, e bellissimo il messaggio di unire tradizione e innovazione, ne abbiamo bisogno in un mondo che fa sentire i giovani come sempre di più parte di un mondo completamente slegato dal resto, mentre non è così: i giovani sono parte del nostro stesso mondo, anzi, domani questo mondo sarà formato e modellato proprio da loro. Dispiaciuto degli ascolti bassi, ma d’altronde Sanremo Giovani è un format poco accattivante per come è strutturato adesso, perché non dà la possibilità al pubblico di affezionarsi agli artisti in gara. In futuro, vedo grande margine di miglioramento! Magari, chissà mai, ancora con un’accoppiata simile. Nel frattempo, Rovazzi ha dimostrato con il suo stile di saper anche presentare, fatto non da poco.

Torniamo a Sanremo. Baglioni insieme al duo Bisio Raffaele ha giocato sul numero 69. Ha parlato di armonia del festival in cui vi è una simmetria degli opposti è una bellezza della diversità. Quali sono gli opposti e diversità a cui Baglioni fa riferimento?
Ce ne sono diversi: innovazione e tradizione (soprattutto nelle coppie che ho già citato), serietà e ironia (Baglioni è sì autoironico, ma è uomo di spettacolo estremamente serioso, opposto in questo senso a Raffaele e Bisio), canzone all’italiana e trap… Ma più che far conciliare gli opposti sul palco dell’Ariston, l’obiettivo credo sia mandare un segnale fuori dal palco: un invito all’accordo e all’armonia nella società e tra gli uomini, che penso possa essere soltanto un invito positivo.

Nessun ospite internazionale, almeno a oggi. Per Baglioni l’ospite deve dare qualcosa, non prendere e basta.
Sanremo non è una finestra, ma un evento musicale, lo hai detto bene tu all’inizio. Proprio perché evento, è giusto che ognuno aggiunga qualcosa, e non lo sfrutti solo per promozione di ogni tipo. Sulla scelta di italianità, riporto le parole del direttore artistico: Sanremo è già internazionale di per sé. Personalmente, concordo che sia il made in Italy ad essere internazionale, e non che debba per forza essere costretto a ricorrere a qualcuno di internazionale per poter ambire ad un respiro che vada oltre i confini nazionali. Anzi, mi auguro che il Festival diventi un modello per la diffusione e l’esportazione positiva di un made in Italy che non è nazionalismo, ma orgoglio di appartenenza ad una cultura che dimostra attraverso sé stessa e le sue declinazioni la sua importanza e anche la sua grandezza.

Botta e risposta, se Baglioni dovesse cantarci una delle sue canzoni, quale vorresti?
Scelta difficile, ma rispondo d’istinto: Bolero.

Vent’anni fa ieri ci salutava il grande Fabrizio De André. Perché sentiamo l’esigenza di ricordarlo?
De André è stato un grande per tematiche affrontate, livello culturale, capacità di far dialogare alto e basso, capacità di leggere il mondo e la contemporaneità in anticipo sui tempi e molto, molto altro. Ma soprattutto è stato colui che ha fatto sì che in Italia si iniziasse a considerare la canzone come una forma d’arte, come qualcosa di serio. Ed in poco tempo è diventato un mito (forse anche troppo). Per questo va ricordato, perché è grazie a lui se abbiamo cambiato percezione della canzone. E poi, per tutta la sua opera, che andrebbe conosciuta, diffusa e studiata ancora più di quanto è, più che mitizzata.

Nel ringraziarti, voglio chiudere con una domanda. Che importanza hanno le parole e i testi nella musica?
Ti ringrazio io di cuore per avermi dato la possibilità di parlare di così tanti argomenti! All’inizio della sua storia (nell’antica Grecia) parole e suoni erano un’unica cosa, perché le parole sono proprio nate cercando di richiamare i suoni delle cose che dovevano indicare (quelle che oggi chiameremmo “onomatopee”). Poi hanno preso due strade diverse. Quando si sono unite, o la musica o le parole hanno sempre preso il sopravvento sull’altra categoria: pensiamo alla poesia provenzale, in cui il testo ha preso il sopravvento sulla musica, oppure ai café chantant ottocenteschi, dove le arie musicali garantivano il successo del pezzo indipendentemente dalle parole cantate (un po’ quello che avviene anche nella lirica – semplificando). Con la canzone d’arte moderna, nata in Italia con Modugno, e fuori Italia con Bob Dylan, Brassens, Brél e molti altri, musica e parole si sono sposate perfettamente e si sono saldate alla figura del loro interprete, il cantante, e hanno formato qualcosa di unico e nuovo: la canzone. Ecco, credo che musica e parole (più l’interpretazione) formano qualcosa di unico che è la canzone, dalla quale non bisogna togliere né la musica né le parole, se non per esigenze di studio, di analisi o di commento. Ma anche quando si considerano i testi da soli, bisogna sempre considerare che sono testi “che hanno una musica”, perché è con quella musica che la canzone prende davvero il suo senso ultimo, e raggiunge il suo scopo più profondo: emozionare e far pensare.

In foto Luca Bertoloni e Claudio Baglioni, Se volete leggere un altro pezzo di Luca Bertoloni Gabbani, il Postmoderno ed il successo a Sanremo

Pietro Alongi

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