Le relazioni in Oratorio

Ho sempre fatto il grest in oratorio: dalla prima superiore all’ultimo anno di università, 10 anni: belli, pieni e intensi. Ho conosciuto tantissimi bambini, i loro genitori, i loro nonni. Li ho come accompagnati nella loro crescita. Gli animatori di oggi sono i bambini di ieri, mentre i bambini di oggi sono i figli dei miei animatori.



Quando si cresce la vita cambia: è inevitabile. Si ha una nuova quotidianità in cui il tempo è scandito diversamente rispetto a quando si era bambini, poi ragazzi e infine studenti. Vi è un nuovo fattore, il lavoro, che va a prendere uno spazio considerevole delle nostre giornate, il tempo libero si riduce e si concentra soprattutto nel fine settimana.

Il grest, per me, vuol dire Mirabello. L’oratorio del mio quartiere, per la sua funzione aggregativa, è paragonabile alla piazza principale di una città. A Mirabello molto ruota attorno all’oratorio.

Se dovessi enumerare tutte le persone che sono passate per l’oratorio, e quindi per il grest, avrei un inizio, ma non una fine. Sono tantissime e molte di queste non abitano nemmeno più a Mirabello o addirittura non vi hanno mai abitato. Di alcune ho perso le tracce, mai più viste.

L’oratorio per me è stata una grande palestra di vita perché mi ha insegnato a relazionarmi con persone di tutte le fasce di età: dai bambini, ai loro genitori, agli anziani che si occupavano del bar, al prete che lì dentro è un’autorità. È un’esperienza che ho consigliato e consiglierei a chiunque.

Il relazionarsi con gli altri è una qualità che se per alcuni è innata, altri devono imparare a coltivarsela. Da bambino ero piuttosto timido, ma non di quella timidezza che sa d’impaccio. Posso dire che me ne stavo per i fatti miei e con quei bambini che giocavano con me. Alle scuole medie non ero un tipo da feste e così pure ai primi anni delle superiori. In quella fatiscente sede staccata del Copernico, ora demolita causa amianto, io e i miei amici, passavamo tutto il tempo in classe mentre gli altri andavano a farsi un giro per la scuola.

Un giorno siamo andati in gita alle Cinque Terre e ho scoperto di essere simpatico, facevo ridere. Imitavo una guida locale che rendeva “tipico del posto” tutto ciò che si notava attorno. “Ecco che vediamo un tipico paio di jeans delle Cinque Terre steso all’aria aperta”, i miei compagni, e soprattutto le mie compagne, ridevano. Ho scoperto, quel giorno, che facevo ridere: ero diventato simpatico.



Simpatico sì, ma non troppo. Fatemi fare tutto ma non stare sul palco. Al grest, fino ad allora, non recitavo. Quando gli animatori mi chiedevano “ci sei alla festa finale?”, rispondevo sempre di no perché partivo per le vacanze. In effetti era così, partivo per scappare dallo spettacolo finale.

In terza superiore, ho vinto la paura del palco salendoci: facevo ridere anche da lì. Grazie al grest mi sono aperto e la mia persona è venuta allo scoperto. Ho fatto molte conoscenze e qualche amicizia. Soprattutto ho imparato a ridere e a fare ridere.

Sempre al Copernico, durante una lezione di informatica, ho scoperto che sapevo perfettamente imitare Silvio Berlusconi, all’epoca nostro Primo Ministro. Durante gli intervalli ho tirato fuori un altro personaggio: Papa Benedetto XVI. Dicevamo l’angelus alla finestra e nel discorso tiravo fuori tutto ciò che il papa non avrebbe mai detto e a quel punto Giacomo, in veste di Cardinale, mi correggeva. Oggi continuo a imitare sia Silvio che il Papa. Imito anche alcuni amici, qualche conoscente, i colleghi, i vicini di casa. Mi piace parlare con le persone, notare i loro sguardi, le espressioni del viso, la gestualità, il tono di voce, le parole che usano.

Mi piacciono le persone. E ogni anno non posso mancare alla festa finale del grest, come sempre, emozionante.

Pietro Alongi

Se vuoi leggere un altro racconto: 25 anni, un quarto di secolo!!! , Lillo Zucchetto, il poliziotto suterese ucciso dalla mafia , Marina Ripa di Meana e le sue tante vite

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